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Facebook ti cancella l'account ma tiene la mafia

La cosa allucinante di Facebook è che spesso cancellino i profili delle persone, tutto per motivi (assenti) assurdi ("problemi tecnici", "troppi contatti", stronzate varie), e lasciano invece on-line gruppi pro-mafia, pro-uccidere Berlusconi, ecc. Cancellando un account, cancellano centinaia di contatti, messaggi, foto, ricordi, commenti, gruppi, di tutto di una persona che non ha fatto del male a nessuno... con le scuse più assurde che invia una specie di robot anni '80 con risposte automatiche (quando va bene, sennò manco rispondono), con un atteggiamento hitleriano, "this decision is final", senza nessuna possibilità di dialogo o replica... E ti prendono pure per il culo dicendo "Thanks for your understanding"... No no, non understando proprio, sarò ignorante eh! Understando solo che non understandate proprio un cazzo. E' ora di finirla, c'è qualche persona umana dietro a Facebook??!!

articolo del mese scorso, contro Facebook:

COME SI VIVE BENE SENZA FACEBOOK
manifesto per i pochi che resistono

Tanto per capirci, un annetto fa a tener banco era «Second Life», il mondo virtuale dove condurre una seconda esistenza ovviamente virtuale anch'essa (l'alter ego era chiamato avatar). E in «Second Life» bisognava «entrarci», pena il passare da vecchio, provinciale e anche un po' fascista. Ci entrò, ad esempio,Massimo D'Alema anticipando le fregole internettiane di Walter Veltroni. Ci entrarono banchieri e intellettuali, giornalisti, attori, nani, ballerine e l'intero salottume radical chic. Insomma, ci entrò buona parte della società civile, e tutti a parlare del proprio avatar e degli avatar altrui, a magnificare la sublime esperienza di «Second Life» senza la quale la vita, quella reale, non era vita. Poi la sbronza passò, il popolo di «Second Life» si rese finalmente conto di quant'era fesso e anche mortalmente noioso giocare agli avatar e la piantò lì. Bene, ora tocca a «Facebook». E ci troviamo giusto nel momento in cui più alta è la febbre. Di D'Alema avete letto. Assicura che non ne può fare a meno, che «Facebook» è la soluzione a tutti i problemi: pace, fame nel mondo, giustizia sociale, effetto serra e vittoria alle elezioni (la leggenda metropolitan-veltroniana vuole che Obama abbia conquistato la Casa Bianca via internet. Balle. Caso mai a rastrellar soldi - 730 milioni di dollari - gli è servito Internet, perché non c'è mezzo o sistema che lo sappia fare così bene. Per dire, grazie ai facebooker, ai Veltroni, l'inventore di «Facebook», Marc Zuckerberg, tira su oltre un milioncino di dollari la settimana). Come non bastasse, ci si è messo anche quel sant'uomo del Cardinal Crescenzio Sepe: dichiarandosi entusiasta di «Facebook» e della sua capacità di «dare un messaggio di vicinanza», ma dimmi tu, ha dato alla faccenda quel tocco spirituale che mancava. Questo per volare alto. Per volare un po' più in basso, non c'è, fra la gente che conta, chi non ammetta orgogliosamente di appartenere alla vastissima tribù dei facebooker e dunque di stringere una via l'altra friendship fra gli appartenenti alla community. Idem fra la gente che non conta e che a smanettare «Facebook» ci passa le giornate, come ben sanno le amministrazioni pubbliche, le quali meditano di oscurarlo negli uffici perché gli impiegati ci s'incollano per ore, roba che Brunetta dovrebbe dare un'occhiata. Nell'insieme, si fa a gara per elogiare le sublimi virtù del social network, a gara per avere quanti più friends (Veltroni: mille e 327. Scarso. C'è chi ne ostenta 20mila), a gara per rivendicare una anzianità di facebooker. Insomma, non se ne può più. E monta tra le persone ammodo un sentimento di ribellione, la voglia di scendere in piazza, anche, per chiedere la testa di «Facebook». È evidente, chiaro come il sole, che quella dei facebooker è una mattana. Internet pullula di altri strumenti del genere, atti a «chattare», cioè a spettegolare. Senza dire che ogni italiano possiede in media un telefonino virgola otto con cui manda qualche migliaio di «messaggini» al mese. Se dunque si fosse fatto impellente il desiderio di dare un messaggio di vicinanza, per dirla col Cardinal Crescenzio o di stringere friendship, per dirla con Veltroni, non mancavano certo i mezzi per procedere. E invece sembrava che l'umanità fosse misantropa, ben decisa a non fraternizzare col prossimo fino a quando non è apparso, oh stupore, oh meraviglia, «Facebook». Ma si può? E passi se i facebooker - «dei guardoni impenitenti, narcisisti e che tendono a idealizzarsi, a mostrarsi per quello che non sono», secondo uno studio dell'Università della California - si dedicassero al loro onanistico trastullo nel riserbo e nella solitudine. No, devono accorarci raccontando le loro emozioni, i loro batticuori e turbamenti on line, guardandoci come si guarda un poveraccio, un mentecatto, se vengono a sapere - con raccapriccio - che magari non «siamo» in «Facebook». Bene, se ne facciano una ragione: la parte sana della nazione non ci sarà mai, facendosene, oltre tutto, un motivo d'orgoglio. Perché non ci son santi (e
mi scusi il Cardinal Crescenzio): si campa benissimo, anzi, meglio, anche senza essere facebooker. E il mondo va avanti, checché ne dica Veltroni (che poi ne azzeccasse mai una), anche senza quella bischerata di «Facebook».
Paolo Granzotto www.ilgiornale.it

No al capodanno... è il 25 marzo



contro il capodanno, "trionfo" della superficialità festaiola,
dove il culmine del ridicolo è il "chi tromba a Capodanno tromba tutto l'anno".
Capisco l'andare in montagna a fare la settimana bianca, ma festeggiare la mezzanotte, il conto alla rovescia, i botti, ecc. sono boiate.
Per non parlare di quelli che spendono 100-200 euro per feste tristissime sempre uguali perchè devono divertirsi per forza, devono fare il trenino di quelli che s'inculano peppèpeppèpeppè tipo Maurizio Costanzo (il "curatore d'immagine di D'Alema"... culattone? - pensa se non gliela curava..) che "suona" per finta il saxofono, e Brigitte Bardot Bardot, Brigitte Peugeot Peugeot.... e: A-E-I-O-U-Y... (perchè la gente che vi partecipa ha una cultura talmente elevata che bisogna ripetergli l'alfabeto, le vocali, ecc.) - in tv il primo trenino coi travestiti brasiliani ghghghgh è partito alle 21:10 !! E poi quelli che spendono lira di Dio per comprare i botti e quelli che si feriscono e si ammazzano pure, l'apice della deficienza.
E quelli che ti chiedono cosa fai a Capodanno già a settembre...poveretti...
Festeggiare il capodanno il 31 dicembre mi sembra una roba da sfigati (e notare che se non festeggi sei tu lo sfigato - poi mi spieghino cosa festeggiano, una cambio di data? il fatto che diventiamo più vecchi?), è una cosa da gente molto triste. Oltre che da ignoranti, perchè...
(leggo da una mia dispensa)
...poichè non esiste nell'orbita terrestre nessun particolare punto che permetta di stabilire l'inizio e la fine di un anno, la scelta di una data precisa è in fondo arbitraria ed è mutata più e più volte con il passare del tempo. Anticamente l'inizio del nuovo anno veniva festeggiato in occasione dell'equinozio di primavera, che oggi corrisponde al 21 marzo, mentre per gli antichi Romani cadeva il 25 marzo. In seguito mancò a lungo una data accettata da tutti: qualcuno faceva incominciare l'anno nuovo dal primo gennaio, qualcuno da Natale o da Pasqua. Naturalmente questo creava problemi, dato che la Pasqua non cade in un giorno fisso, ma può oscillare tra il 22 marzo e il 25 aprile, e la lunghezza dell'anno variava quindi di continuo. Soltanto nel 1564 l'allora tredicenne Carlo IX re di francia, il "re bambino", rese obbligatoria la data del primo gennaio come primo giorno dell'anno. Questa scelta venne via via accettata anche dagli altri Paesi cattolici mentre in quelli protestanti la resistenza fu più lunga perchè non si voleva acconsentire a una decisione presa da un sovrano straniero.
In Gran Bretagna si continuò quindi a festeggiare l'inizio dell'anno il 25 MARZO fino al 1751, lo stesso anno in cui venne accettato il calendario gregoriano, ordinato da Papa Gregorio XIII nel 1582 per ristabilire la concordanza dell'anno con le stagioni.
Tra l'altro il 25 marzo è l'Annunciazione del Signore, cristianamente è questo il vero inizio dell'anno.

Da bravo filo-inglese vecchio stile io festeggio il Capodanno il 25 marzo al pub inglese (l'unico pirla che festeggia nel locale e tutti si chiedono perchè ghghgh, avrà vinto al Superenalotto, boh).
Ma tu guarda se devo festeggiare una roba che ha deciso un bambino francese... Allons enfants! Allonsanfanculo!

Io vado a letto tardi tutto l'anno, ma il 31 dicembre sera farò un'eccezione:
A NANNA !!!
foto sotto: il Big Ben ha i numeri romani

England flag is the same as Milan city (Milano) flag.
And Ac Milan team, the best team in football history, was founded by the English.

Merry Christmas everybody

www.natalesiamonoi.it

vignetta di Benny (di Libero)


da "Tempi" www.tempi.it

W la gnocca (quella a destra... eh beh, ai sinistri bisogna specificarglielo, si confondono...)

www.fashionmodeldirectory.com

Slade song cover by Noel Gallagher, Oasis+Manchester City:

www.oasisblues.com


Fantastico il D'Alema di fine anno che difende i terroristi Hamas, "gruppo di vasto consenso eletto democraticamente"...non sono neanche più allibito a sentirlo, è D'Alema... sì, anche Hilter l'avevano eletto democraticamente... Stesso obiettivo: distruzione degli ebrei. E poi dicono che i comunisti di oggi non sono i nuovi nazisti? Col piccolo particolare che D'Alema non è solo di oggi "ma anche" di ieri. Secondo me persone che esprimono queste opinioni, che sono pure personaggi pubblici, politici, per cui gente che ascolta e non sa le cose potrebbe esserne influenzata, quelle persone tipo D'Alema andrebbero arrestate. Hamas che come "strumento" politico "democratico" usa i kamikaze per uccidersi e uccidere. E D'Alema è quello che si sente di essere il più intelligente di tutti...andiamo bene... com'è quello più stupido?

Futurismo, Milano 1909-2009, centenario

Centra
Il ballo di Malabarba, Roma





Vi Veri Veniversum Vivus Vici
(con la forza della Verità in Vita ho conquistato l'universo)

“ Il ballo di Malabarba si prefigge il compito di imporre il buongusto…con incursioni di un’ora insegniamo che la poesia è nell’azione “

I sinistri anti-Berlusca avrebbero scritto "insegnamo" senza i... la mettono quando non si deve, come la loro fan page "quando morirà Berlusconi festeggierò sulla sua tomba"...con la i... GNURàNT
(tra l'altro nella lingua italiana il doppio futuro nella principale e nella subordinata è sbagliato, è come in spagnolo... La nostra prof di italiano urlava: LA CONSECUTIOOOOOO TEMPORUUUUUUM !!!)

L'immagine è presa dal film "V for vendetta", con Natalie Portman (nel film viene poi rasata a zero come un militare), nata il 9 giugno come me, Gemelli, a Gerusalemme. V come vendetta, velocità del futurismo, Vodafone :), Venezia (maschera veneziana), vittoria, V come il simbolo femminile del Codice da Vinci qui vicino a me nell'Ultima Cena (simbolo usato anche nei gradi militari), che si trova tra casa mia e la caserma dove ho fatto il militare. Il simbolo della V è come quello dell'uomo Vitruviano, di da Vinci, che era a Venezia e poi a Milano (fa rima :). La V, già nella mitologia greca, era la lettera rappresentante per eccellenza la femminilità, grazie al suo suono dolce ed acido contemporaneamente, rappresentava la sfaccettatura così varia di una donna, così come la doppiezza del mio segno dei Gemelli, il cui numero è il 5, cioè V nei numeri romani (il 5 noVembre del film). Sono romani i numeri dell'orologio del Big Ben di Londra (vedi il post anti-Capodanno, molto londinese e romano), luogo del più grande detective, Sherlock Holmes, cioè io :)), dove è ambientato V for Vendetta.
Tutto questo e molto altro che non posso dire.


Natalie Portman shaved as a soldier :)
in a vision of the future...

La frase detta dal protagonista V, "E' il principio fondamentale dell'universo: a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria" (miiii che reazionario...), è molto simile ad un'altra pronunciata dal Merovingio in Matrix Reloaded, diretto dai fratelli Wachowski, produttori del film V for Vendetta ("an uncompromising vision of the future from the creators of the Matrix triology"). Il concetto si riferisce al III principio della dinamica di Newton, chiamato "Principio di azione e reazione".
Le frasi prese da Shakespeare: "Nascondi ciò che sono e aiutami a trovare la maschera più adatta alle mie intenzioni" (pronunciata da Viola nella Dodicesima notte) e "Io faccio tutto ciò che è degno di un uomo, chi osa di più non lo è" (dal Macbeth).





23/1/09 - Le pagine culturali de Il Giornale di Silvio di oggi erano spettacolari... di arte. Un articolo su Marinetti versione erotica, "Ecco le istruzioni per fare i futuristi anche a letto", la cui vita sentimentale era stata molto movimentata (questa mi sembra di averla già sentita eh...), e anche un articolo sul Canova (non il prof dello Iulm...).
E questo stupendo articoletto, degno di entrare nel mio libro anti-francia, con dei punti stupendi:

UN'ALTRA MOSTRA SUGLI IMPRESSIONISTI FRANCESI? NO, GRAZIE

Non se ne può più. E' vero che fare una mostra sugli impressionisti francesi è sempre un toccasana per le casse dei musei. Però il troppo è troppo. E per due motivi fondamentali: uno critico e l'altro di correttezza. Veniamo al primo. La carattteristica basilare di gran parte di queste mostre che ormai da anni sono snocciolate sul territorio nazionale è l'assoluta acriticità, cioè l'appiattimento critico su modelli in gran parte imposti. Ciò vuol dire che gli "indiscussi" valori degli impressionisti dovrebbero essere "ridiscussi", in quanto si tratta di posizioni critiche affermatesi quando Parigi era il centro mondiale dell'arte. Ma ne è passata di acqua sotto i ponti. E i nostri macchiaioli e i divisionisti nulla hanno di meno di tanti impressionisti, invece ben più osannati (e valutati). E veniamo al secondo punto. Spesso le mostre sugli impressionisti non mantengono quanto promesso. Esempio: "Van Gogh ed i suoi amici". Traduzione: 5-6 dipinti di Van Gogh ed oltre 60 degli amici! Significa prendere in giro il pubblico che sta in fila per ore perchè gli hanno insegnato che gli impressionisti "sono i migliori". Ma chi l'ha detto? I francesi. Ah, bè. Forse sono gli stessi francesi che stanno cercando di annacquare il futurismo, facendolo passare per un'appendice del cubismo... Paradossalmente, spesso queste mostre hanno messo in luce la scarsa qualità di opere e artisti esposti...

Sinistri intolleranti

Quest'estate...

I miei compagni di stanza quest'estate (perchè ne ho avuti più di uno ovviamente... quando c'era "qualcosa" che non andava, ovvero tutto, li facevo cacciare dai miei superiori) erano due interisti di sinistra (capitati giusto a pennello con me eh).
Il primo...compagno, di Bolzano, era uno che si faceva di marijuana, Lsd e robe varie, anche in vena, da quanto ho sentito, con la cattiva compagnia che si è poi procurato. Ne ha combinate di ogni colore, tipo che non andava a lavorare (perchè tornava alla mattina presto, stanco della nottata), credendo di poter fregare i capi, e la sua fine è stata che non solo è stato licenziato, "ma anche" ha ottenuto un invidiabilissimo foglio di bando, con cui nel centro vacanze non potrà mettere più piede neanche pagando (e ovviamente era un "bravo ragazzo" figlio di genitori che venivano da decenni nel posto).
Il secondo tipo (nato a New York, con padre tedesco e madre americana), sempre un ragazzetto, sempre interista, un po' effeminato, che, da bravo sinistro, non tollerava che io comprassi "Il Giornale" (perchè bisogna chiedere il permesso eh), quindi mi chiamava "fascista", ed ero tra l'altro anche l'unico tra decine e decine di persone che comprasse ogni giorno un giornale, in mezzo all'ignoranza di massa. Per gli altri il massimo era scroccare una sbirciatina alla Gazzetta dello Sport, Rcs Inter Corriere della Sera. Lui ce l'aveva su con Silvio perchè "Berlusconi è un mafioso"...wow, che originalità. Questo ha cercato un sacco di scuse per litigare con me, robe strampalate del tipo che io farei la pipì sotto la doccia (!!), cose che non avevo neanche mai sentito, mi accusava di essere "onto", sporco, come dicono in Veneto, quando ho pure fatto delle foto alla stanza e si vedeva la differenza tra un interista e un milanista (un porcile dalla sua parte, un ordine fascista dalla mia), allora gli ho detto: guarda che io non sono tedesco... Era un altro della serie di quelli che vedono negli altri i propri difetti, mi sa che è il primo passo per diventare psicolabili... Il culmine è stato che mi accusava di avergli rubato la patente e dei soldi...(con tutto quel disordine, li aveva persi, in un locale...nessuno avrebbe creduto che io gli avessi rubato qualcosa, perchè mi conoscevano e perchè conoscevano il suo stile di vita disordinato...tipo che andava al lavoro con la divisa tutta stropicciata e sembrava essere in un mondo tutto suo...). Classico sinistro: calunnia, diffamazione, minacce (solo via sms eh, perchè di persona ci vorrebbe una bella faccia di merda). Ed era il "trionfo" dell'apparenza, perchè la gente di lui diceva che era "un grande", madrelingua inglese, tedesco e italiano...senonchè quando poi lo sentivi parlare capivi che queste tre lingue le sa meglio la nonnina che vive in mezzo ai boschi. Poi ce l'ha avuta su tutta estate contro Ronaldinho, senza un vero motivo, se non la solita invidia sinistra, e a me e a un altro milanista ci continuava a mandare dei messaggi senza senso, del tipo che Ancelotti è arrogante (! Mourinho invece no eh). Il motivo di fondo non poteva che essere l'invidia, visto che io ero il "parente dei padroni"...ma anche loro erano raccomandatissimi eh... Poco furbi quei ragazzetti a non tenermi buono...era ovvio che io poi andassi a dire tutto a mio cugino e ai vari capi... Sinistri pippate di meno...
Entrambe queste persone mancavano totalmente anche di un solo minimo senso di convivenza con gli altri...(fare la spesa, pulire la stanza, ecc.), ma meno male che i sinistri sono quelli "amici di tutti", tolleranti, vai fratello te vò fà 'na canna...
Settembre: Milan-Inter 1-0 1° gol di Ronaldinho. Quanto godo...
A Milano diciamo: San Giuàn fà mìnga ingàn...
Poi c'era un mio collega della security, romano, andavamo molto d'accordo. Ma (c'è sempre un ma) il finale della storiella è stato che è andato a scrocco con me in cose che non doveva andare a scrocco, macchina, discoteca, prestiti vari di soldi, ecc., in più una volta gli ho prestato la bici per tornare dal lavoro e non l'ho più rivista (per fortuna era una scassata che avevo trovato, cmq è una questione di principio, e di utilizzo, visto che mi serviva), è stato licenziato anche lui, e per salutarmi mi fa: "mi dispiace ma devo andare via, non ci possiamo vedere più". Boh... Era un pallista, e non raccontava tutte le cose, ad esempio mi hanno detto che è stato ricoverato in ospedale per ustioni del sole, e ci dicevamo tutto, ma questa cosa non me l'aveva detta, avrebbe potuto ma si vede che si vergognava, per me non c'era nessun problema a dirla.
A proposito di prestiti, si aggiunga all'interista veneto di sinistra che anche a lui ho prestato soldi (perchè all'inizio era in difficoltà con la banca veneta) e non li ho più rivisti (ovviamente tutti i personaggi continuavano a ripetere che me li ridavano subito), ma almeno questa cosa è andata a posto perchè glieli ho fatti dare a una ragazza, che neanche si era accorta di aver guadagnato soldi e glieli ho dati per onestà.

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"La lettura del giornale: la preghiera del mattino dell'uomo moderno"
(G.W.F. Hegel)
POLITICA

I francesi vivono di illusioni...

"Le altri parti del mondo hanno le scimmie; l'Europa ha i francesi. La cosa si compensa. Invoco il biasimo dell'Europa tutta per umiliare questi spudoratissimi fanfaroni * ".
(A.Schopenhauer)
*millantatori, contaballe, blagueur, ammazzasette


Che ci sia la destra o la sinistra in francia (rigorosamente minuscola), il loro tipico atteggiamento nazionalista è di illudersi che il loro sia il primo paese al mondo... Come diceva Schopenhauer (che ce l'aveva su coi francesi): solo dei miserabili babbei si attaccano alla nazione cui appartengono...

«La gastronomia francese è la migliore al mondo e deve essere consacrata dall'Unesco con la definizione di patrimonio dell'umanità»
, (mwahahahahahaha non sanno più a cosa attaccarsi... - n.d.P.G.) ha detto il presidente della Repubblica Nicolas Sarkozy inaugurando ieri a Parigi il Salone dell'agricoltura, annuale rassegna di mucche, pollami e prodotti dei campi. Siccome l'elettorato della «Francia profonda» è molto combattivo, tutti gli inquilini dell'Eliseo hanno sempre consacrato grande rilievo a questa manifestazione, che dura una settimana e richiama seicentomila visitatori. Nei suoi dodici anni di presidenza, Jacques Chirac ha trascorso giornate intere al salone, mostrando competenza nel discorrere di cereali e di razze bovine, senza risparmiarsi qualche battuta sul sedere delle «magnifiche mucche francesi», che le autorità di Parigi considerano le migliori del mondo. Stavolta - tutto fa brodo - non sono le mucche, ma le bistecche a provocare l'attenzione del nuovo Presidente, che ieri ha insistito sul fatto che nessuna cucina del pianeta Terra può (secondo lui) rivaleggiare con quella francese (e quella italiana dove la mettiamo? Metti che poi Carla Bruni non gli cucina più? Non sa che la cucina francese ha origine da quella italiana? Uno come lui di famiglia di immigrati dovrebbe conoscere queste cose derivate... Scommetto che considera francese ad esempio la maionese, ignorando la sua vera storia anglo-spagnola... - n.d.P.G.)
I tempi cambiano, le mucche invecchiano, ma i discorsi stile «noi siamo i migliori» continuano a risuonare negli immensi padiglioni della Porte de Versailles di Parigi, dove si svolge appunto il salone rurale. Resta da capire come potrebbe l'Unesco (ossia l'agenzia delle Nazioni Unite che ha sede a Parigi e che è competente nei settori della cultura, dell'educazione, della scienza e dell'ambiente) attribuire il suo Oscar alla gastronomia francese senza decidere un riconoscimento almeno analogo per altre cucine che - ragionando in modo obiettivo - non le sono certamente inferiori, come la cinese e l'italiana (che del resto le ha dato origine secoli fa) (ma sulla cucina cinese ho molti dubbi...per me è immangiabile...per non parlare dell'olio di soia...e tutto è a base di soia, pure il gelato... n.d.P.G.). La strategia di Sarkozy ha tempi brevi. Sempre nel suo discorso inaugurale, il presidente ha chiarito che i preparativi per la messa in orbita della candidatura gastronomica nazionale cominceranno immediatamente e che la domanda ufficiale all'Unesco verrà inoltrata al massimo nel 2009, nella speranza che la decisione finale possa giungere il più rapidamente possibile.
I sostenitori di questa iniziativa sentenziano che nessun Paese al mondo uguaglia la Francia per numero di ristoranti a tre stelle. Peccato che stelle e stellette vengano elargite da guide gastronomiche made in France o comunque palesemente influenzate in modo privilegiato dalla cucina francese. Oggi alcuni chef mettono in discussione i criteri di attribuzione di quel prestigioso riconoscimento da parte della Guida Michelin e delle sue più giovani consorelle. Due noti ristoranti francesi si sono rivoltati alla «dittatura delle stelle», affermando che alla fine si rischia di fare una cucina terribilmente costosa e lontana dalla gente reale. Dunque hanno buttato via le stelle acquisite (o acquisibili) e si sono messi a proporre un menù genuino a prezzi meno elevati.
De Gaulle amava dire che è difficilissimo guidare «un Paese con trecento formaggi», espressione ciascuno di un'identità locale. Sarkozy ha trovato la quadratura del cerchio. Decidere che quei trecento formaggi sono il meglio che il mondo possa mangiare e convincere le Nazioni Unite a certificarlo. Speriamo che i «saggi» dell'Unesco prendano la loro decisione a tavola. Magari in un buon ristorante italiano.
www.ilgiornale.it

Dialogo tra il Presidente della francia immigrato e il contadino:

(Sarkozy gli tende la mano per salutarlo)
contadino: Ah no! Non mi toccare!
S: Allora togliti dai piedi...
c: Non mi toccare che mi sporchi.
S: Casse-toi alors, pauvre con
(=Allora togliti dai piedi, povero coglione... pensavo che "casse-toi" volesse dire "cazzi tuoi" ghghghgh... "con" ce l'hanno in comune con l'inglese..)

LA SINISTRA: LA ZATTERA NAUFRAGATA DELLA MEDUSA


Il leghista Castelli, oltre ad accostare le frasi di Mussolini a quelle di Mortadella (praticamente uguali, irriconoscibili le une delle altre), ha richiamato il famoso dipinto del francese Géricault, "Le radeau de la Meduse", la zattera della Medusa. La sinistra è proprio così, una ciurma incapace a una lunga navigazione, un NAUFRAGIO di francesi (godo ghghgh - i sinistri sono tutti filo-francesi...), su una zattera mal assortita, una MEDUSA tentacolare con mani che prendono dappertutto... Il naufragio accadde realmente, nel 1816, la FREGATA (ghghghgh) della marina francese, incagliatasi vicino alle coste dell'AFRICA... a causa dell'incapacità del comandante (Mortadella?) De Chaumaray. Dei 139 naufraghi (poco più dei 103 sinistri al governo...), solo 13 vennero raccolti (l'Udeur? ghghghgh), 13 giorni dopo (tutti numeri portasfiga col 13 dentro), dal battello Argus. Loro vogliono il "governo BALNEARE"... ma come? Se è già stato balneare per 2 anni? Annate ar mare!!!

Le ultime parole famose:
"Siamo convinti che la coalizione guidata da Romano Prodi abbia i titoli atti a governare al meglio per i prossimi cinque anni".
(Paolo Mieli, direttore del Corriere della Sega, 28 marzo 2006, famoso articolo-editoriale di prima pagina, in cui raccomandava agli italiani di votare sinistra e secondo lui sembrava che la sinistra andasse tutta d'amore e d'accordo, solita irrealtà sinistra, nella realtà invece due anni sull'orlo del precipizio)


MITICO...Avete letto sul giornale i 7 punti del programma di Silvio, contrapposti ai numeri 13 e 17 sfigati dei sinistri che vengono fuori da tutte le parti? Invece Silvio 7 il numero dell'amore... ti amiamo Silvio!!!!!!! :-D ...Mica come il libretto di 300 pagine del "programma" del Mortadella...quello "la serietà al governo" e "felicità per tutti"...non solo non hanno combinato niente, ma hanno fatto pure danni sul resto, su quello che andava già bene...mai cambiare quello che va bene, illudendosi di migliorarlo... i sinistri potevano fare la riforma elettorale, invece manco quella, vogliono farla proprio adesso per perdere tempo...

CAMBIA IL VENTO

E' finita la pacchia per l'Inter-Petrolio Italia Moratti, guarda caso appena caduto il Morta, l'Inter riceve i primi "torti"...sta cambiando il vento...prevedo la Juve col vento in poppa...
Naturalmente il Milan continua a ricevere torti, quella è una costante. Chiaramente per i sinistri è la solita squadra favorita (lo vedono solo loro) perchè ovviamente "Berlusconi ha il controllo dell'informazione e degli arbitri" (su Marte?).
Bianchi tornato dall'Inghilterra, abituato al gioco duro, qui subito espulso... te credo, qui è calcio da femminucce, direbbe Mark Lenders :). Rolando dovevi rimanere al magico City!

Mi fanno troppo ridere i sinistri in giro, quando parlano di Berlusconi, come sempre dicono le solite cose che non stanno nè in cielo nè in terra, e tra tutte le boiate e i classici "mafioso, fascista, nano, bla bla bla" (loro sono più alti, quindi superiori), fanno "gli onesti", gli onestoni (insomma tipo Moratti), dicendo robe tipo "e però bisogna dire che Berlusconi è un tipo carismatico, questo bisogna riconoscerlo"... in questo modo si sentono "in pace col mondo", nonostante le altre loro frasi siano una marea di insulti a vanvera, minacce, ecc. praticamente tutte robe insensate senza fondamento che forse hanno letto su Topolino, quello indagato a Napoli in dicembre una settimana prima di Berlusconi...
Questi personaggi sono tutti tipi intorno ai 20 anni circa, freschi di studi, esperienze di lavoro zero, che parlano di politica come se ne sapessero qualcosa (naturalmente noi invece "non ne capiamo niente"...mi sa che dovrebbero parlare per loro...), attaccano coi soliti discorsoni sulla tolleranza, sul rispetto (a parole), parlano a vanvera di "governi precedenti" senza tener conto che loro erano all'asilo, e ne hanno poi letto da qualche fonte sinistra, si vantano di aver preso 100/100 alla maturità delle scuole sinistre italiane, e quindi si sentono "maturi", loro "amano le citazioni", loro "studiano giurisprudenza" (notare che devono dire queste cose per dimostrare di essere intelligenti..), fanno i saccenti tipo D'Alema, credendo che studiare di più li faccia diventare più onesti e intelligenti, quindi non gli si può dire niente perchè sono degli intelligentoni, "antropologicamente superiori" (crescono bene...). Finchè ci sarà gente così, l'Italia sarà sempre sempre sempre indietro.

Grande il Capo dello Stato Comunista 90enne, che deve "prendere una pausa di riflessione", in pratica deve fare un altro pisolino, tanto l'Italia va avanti eh...perchè l'Italia è "una Repubblica fondata sul RIPOSO"... Nel frattempo, Silvio continua ad essere assolto ai processi, nonostante le "toghe rosse" italiane... ma sì, e poi avete notato che Silvio continua a fare il pugno chiuso? Quel comunista! ghghghghgh (sicuramente è più di sinistra lui che Veltroni)

IL DISCORSO DEL PAPA

Il testo dell’Allocuzione che Benedetto XVI avrebbe pronunciato nel corso della Visita all’Università degli Studi "La Sapienza" di Roma, prevista per giovedì 17 gennaio e annullata.

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Magnifico Rettore, Autorità politiche e civili, Illustri docenti e personale tecnico amministrativo, cari giovani studenti! È per me motivo di profonda gioia incontrare la comunità della "Sapienza - Università di Roma" in occasione della inaugurazione dell’anno accademico. Da secoli ormai questa Università segna il cammino e la vita della città di Roma, facendo fruttare le migliori energie intellettuali in ogni campo del sapere. Sia nel tempo in cui, dopo la fondazione voluta dal Papa Bonifacio VIII, l’istituzione era alle dirette dipendenze dell’Autorità ecclesiastica, sia successivamente quando lo Studium Urbis si è sviluppato come istituzione dello Stato italiano, la vostra comunità accademica ha conservato un grande livello scientifico e culturale, che la colloca tra le più prestigiose università del mondo. Da sempre la Chiesa di Roma guarda con simpatia e ammirazione a questo centro universitario, riconoscendone l’impegno, talvolta arduo e faticoso, della ricerca e della formazione delle nuove generazioni. Non sono mancati in questi ultimi anni momenti significativi di collaborazione e di dialogo. Vorrei ricordare, in particolare, l’Incontro mondiale dei Rettori in occasione del Giubileo delle Università, che ha visto la vostra comunità farsi carico non solo dell’accoglienza e dell’organizzazione, ma soprattutto della profetica e complessa proposta della elaborazione di un "nuovo umanesimo per il terzo millennio".

Mi è caro, in questa circostanza, esprimere la mia gratitudine per l’invito che mi è stato rivolto a venire nella vostra università per tenervi una lezione. In questa prospettiva mi sono posto innanzitutto la domanda: Che cosa può e deve dire un Papa in un’occasione come questa? Nella mia lezione a Ratisbona ho parlato, sì, da Papa, ma soprattutto ho parlato nella veste del già professore di quella mia università, cercando di collegare ricordi ed attualità. Nell’università "Sapienza", l’antica università di Roma, però, sono invitato proprio come Vescovo di Roma, e perciò debbo parlare come tale. Certo, la "Sapienza" era un tempo l’università del Papa, ma oggi è un’università laica con quell’autonomia che, in base al suo stesso concetto fondativo, ha fatto sempre parte della natura di università, la quale deve essere legata esclusivamente all’autorità della verità. Nella sua libertà da autorità politiche ed ecclesiastiche l’università trova la sua funzione particolare, proprio anche per la società moderna, che ha bisogno di un’istituzione del genere. Ritorno alla mia domanda di partenza: Che cosa può e deve dire il Papa nell’incontro con l’università della sua città? Riflettendo su questo interrogativo, mi è sembrato che esso ne includesse due altri, la cui chiarificazione dovrebbe condurre da sé alla risposta. Bisogna, infatti, chiedersi: Qual è la natura e la missione del Papato? E ancora: Qual è la natura e la missione dell’università? Non vorrei in questa sede trattenere Voi e me in lunghe disquisizioni sulla natura del Papato. Basti un breve accenno. Il Papa è anzitutto Vescovo di Roma e come tale, in virtù della successione all’Apostolo Pietro, ha una responsabilità episcopale nei riguardi dell’intera Chiesa cattolica. La parola "vescovo"–episkopos, che nel suo significato immediato rimanda a "sorvegliante", già nel Nuovo Testamento è stata fusa insieme con il concetto biblico di Pastore: egli è colui che, da un punto di osservazione sopraelevato, guarda all’insieme, prendendosi cura del giusto cammino e della coesione dell’insieme. In questo senso, tale designazione del compito orienta lo sguardo anzitutto verso l’interno della comunità credente. Il Vescovo – il Pastore – è l’uomo che si prende cura di questa comunità; colui che la conserva unita mantenendola sulla via verso Dio, indicata secondo la fede cristiana da Gesù – e non soltanto indicata: Egli stesso è per noi la via. Ma questa comunità della quale il Vescovo si prende cura – grande o piccola che sia – vive nel mondo; le sue condizioni, il suo cammino, il suo esempio e la sua parola influiscono inevitabilmente su tutto il resto della comunità umana nel suo insieme. Quanto più grande essa è, tanto più le sue buone condizioni o il suo eventuale degrado si ripercuoteranno sull’insieme dell’umanità. Vediamo oggi con molta chiarezza, come le condizioni delle religioni e come la situazione della Chiesa – le sue crisi e i suoi rinnovamenti – agiscano sull’insieme dell’umanità. Così il Papa, proprio come Pastore della sua comunità, è diventato sempre di più anche una voce della ragione etica dell’umanità.

Qui, però, emerge subito l’obiezione, secondo cui il Papa, di fatto, non parlerebbe veramente in base alla ragione etica, ma trarrebbe i suoi giudizi dalla fede e per questo non potrebbe pretendere una loro validità per quanti non condividono questa fede. Dovremo ancora ritornare su questo argomento, perché si pone qui la questione assolutamente fondamentale: Che cosa è la ragione? Come può un’affermazione – soprattutto una norma morale – dimostrarsi "ragionevole"? A questo punto vorrei per il momento solo brevemente rilevare che John Rawls, pur negando a dottrine religiose comprensive il carattere della ragione "pubblica", vede tuttavia nella loro ragione "non pubblica" almeno una ragione che non potrebbe, nel nome di una razionalità secolaristicamente indurita, essere semplicemente disconosciuta a coloro che la sostengono. Egli vede un criterio di questa ragionevolezza fra l’altro nel fatto che simili dottrine derivano da una tradizione responsabile e motivata, in cui nel corso di lunghi tempi sono state sviluppate argomentazioni sufficientemente buone a sostegno della relativa dottrina. In questa affermazione mi sembra importante il riconoscimento che l’esperienza e la dimostrazione nel corso di generazioni, il fondo storico dell’umana sapienza, sono anche un segno della sua ragionevolezza e del suo perdurante significato. Di fronte ad una ragione a-storica che cerca di autocostruirsi soltanto in una razionalità a-storica, la sapienza dell’umanità come tale – la sapienza delle grandi tradizioni religiose – è da valorizzare come realtà che non si può impunemente gettare nel cestino della storia delle idee.

Ritorniamo alla domanda di partenza. Il Papa parla come rappresentante di una comunità credente, nella quale durante i secoli della sua esistenza è maturata una determinata sapienza della vita; parla come rappresentante di una comunità che custodisce in sé un tesoro di conoscenza e di esperienza etiche, che risulta importante per l’intera umanità: in questo senso parla come rappresentante di una ragione etica.

Ma ora ci si deve chiedere: E che cosa è l’università? Qual è il suo compito? È una domanda gigantesca alla quale, ancora una volta, posso cercare di rispondere soltanto in stile quasi telegrafico con qualche osservazione. Penso si possa dire che la vera, intima origine dell’università stia nella brama di conoscenza che è propria dell’uomo. Egli vuol sapere che cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole verità. In questo senso si può vedere l’interrogarsi di Socrate come l’impulso dal quale è nata l’università occidentale. Penso ad esempio – per menzionare soltanto un testo – alla disputa con Eutifrone, che di fronte a Socrate difende la religione mitica e la sua devozione. A ciò Socrate contrappone la domanda: "Tu credi che fra gli dei esistano realmente una guerra vicendevole e terribili inimicizie e combattimenti … Dobbiamo, Eutifrone, effettivamente dire che tutto ciò è vero?" (6 b – c). In questa domanda apparentemente poco devota – che, però, in Socrate derivava da una religiosità più profonda e più pura, dalla ricerca del Dio veramente divino – i cristiani dei primi secoli hanno riconosciuto se stessi e il loro cammino. Hanno accolto la loro fede non in modo positivista, o come la via d’uscita da desideri non appagati; l’hanno compresa come il dissolvimento della nebbia della religione mitologica per far posto alla scoperta di quel Dio che è Ragione creatrice e al contempo Ragione-Amore. Per questo, l’interrogarsi della ragione sul Dio più grande come anche sulla vera natura e sul vero senso dell’essere umano era per loro non una forma problematica di mancanza di religiosità, ma faceva parte dell’essenza del loro modo di essere religiosi. Non avevano bisogno, quindi, di sciogliere o accantonare l’interrogarsi socratico, ma potevano, anzi, dovevano accoglierlo e riconoscere come parte della propria identità la ricerca faticosa della ragione per raggiungere la conoscenza della verità intera. Poteva, anzi doveva così, nell’ambito della fede cristiana, nel mondo cristiano, nascere l’università.

È necessario fare un ulteriore passo. L’uomo vuole conoscere – vuole verità. Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theoría, come la chiama la tradizione greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica. Agostino, nel porre una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una reciprocità tra "scientia" e "tristitia": il semplice sapere, dice, rende tristi. E di fatto – chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste. Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene. Questo è anche il senso dell’interrogarsi socratico: Qual è quel bene che ci rende veri? La verità ci rende buoni, e la bontà è vera: è questo l’ottimismo che vive nella fede cristiana, perché ad essa è stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che, nell’incarnazione di Dio, si è rivelata insieme come il Bene, come la Bontà stessa.

Nella teologia medievale c’è stata una disputa approfondita sul rapporto tra teoria e prassi, sulla giusta relazione tra conoscere ed agire – una disputa che qui non dobbiamo sviluppare. Di fatto l’università medievale con le sue quattro Facoltà presenta questa correlazione. Cominciamo con la Facoltà che, secondo la comprensione di allora, era la quarta, quella di medicina. Anche se era considerata più come "arte" che non come scienza, tuttavia, il suo inserimento nel cosmo dell’universitas significava chiaramente che era collocata nell’ambito della razionalità, che l’arte del guarire stava sotto la guida della ragione e veniva sottratta all’ambito della magia. Guarire è un compito che richiede sempre più della semplice ragione, ma proprio per questo ha bisogno della connessione tra sapere e potere, ha bisogno di appartenere alla sfera della ratio. Inevitabilmente appare la questione della relazione tra prassi e teoria, tra conoscenza ed agire nella Facoltà di giurisprudenza. Si tratta del dare giusta forma alla libertà umana che è sempre libertà nella comunione reciproca: il diritto è il presupposto della libertà, non il suo antagonista. Ma qui emerge subito la domanda: Come s’individuano i criteri di giustizia che rendono possibile una libertà vissuta insieme e servono all’essere buono dell’uomo? A questo punto s’impone un salto nel presente: è la questione del come possa essere trovata una normativa giuridica che costituisca un ordinamento della libertà, della dignità umana e dei diritti dell’uomo. È la questione che ci occupa oggi nei processi democratici di formazione dell’opinione e che al contempo ci angustia come questione per il futuro dell’umanità. Jürgen Habermas esprime, a mio parere, un vasto consenso del pensiero attuale, quando dice che la legittimità di una carta costituzionale, quale presupposto della legalità, deriverebbe da due fonti: dalla partecipazione politica egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole in cui i contrasti politici vengono risolti. Riguardo a questa "forma ragionevole" egli annota che essa non può essere solo una lotta per maggioranze aritmetiche, ma che deve caratterizzarsi come un "processo di argomentazione sensibile alla verità" (wahrheitssensibles Argumentationsverfahren). È detto bene, ma è cosa molto difficile da trasformare in una prassi politica. I rappresentanti di quel pubblico "processo di argomentazione" sono – lo sappiamo – prevalentemente i partiti come responsabili della formazione della volontà politica. Di fatto, essi avranno immancabilmente di mira soprattutto il conseguimento di maggioranze e con ciò baderanno quasi inevitabilmente ad interessi che promettono di soddisfare; tali interessi però sono spesso particolari e non servono veramente all’insieme. La sensibilità per la verità sempre di nuovo viene sopraffatta dalla sensibilità per gli interessi. Io trovo significativo il fatto che Habermas parli della sensibilità per la verità come di elemento necessario nel processo di argomentazione politica, reinserendo così il concetto di verità nel dibattito filosofico ed in quello politico.

Ma allora diventa inevitabile la domanda di Pilato: Che cos’è la verità? E come la si riconosce? Se per questo si rimanda alla "ragione pubblica", come fa Rawls, segue necessariamente ancora la domanda: Che cosa è ragionevole? Come una ragione si dimostra ragione vera? In ogni caso, si rende in base a ciò evidente che, nella ricerca del diritto della libertà, della verità della giusta convivenza devono essere ascoltate istanze diverse rispetto a partiti e gruppi d’interesse, senza con ciò voler minimamente contestare la loro importanza. Torniamo così alla struttura dell’università medievale. Accanto a quella di giurisprudenza c’erano le Facoltà di filosofia e di teologia, a cui era affidata la ricerca sull’essere uomo nella sua totalità e con ciò il compito di tener desta la sensibilità per la verità. Si potrebbe dire addirittura che questo è il senso permanente e vero di ambedue le Facoltà: essere custodi della sensibilità per la verità, non permettere che l’uomo sia distolto dalla ricerca della verità. Ma come possono esse corrispondere a questo compito? Questa è una domanda per la quale bisogna sempre di nuovo affaticarsi e che non è mai posta e risolta definitivamente. Così, a questo punto, neppure io posso offrire propriamente una risposta, ma piuttosto un invito a restare in cammino con questa domanda – in cammino con i grandi che lungo tutta la storia hanno lottato e cercato, con le loro risposte e con la loro inquietudine per la verità, che rimanda continuamente al di là di ogni singola risposta.

Teologia e filosofia formano in ciò una peculiare coppia di gemelli, nella quale nessuna delle due può essere distaccata totalmente dall’altra e, tuttavia, ciascuna deve conservare il proprio compito e la propria identità. È merito storico di san Tommaso d’Aquino – di fronte alla differente risposta dei Padri a causa del loro contesto storico – di aver messo in luce l’autonomia della filosofia e con essa il diritto e la responsabilità propri della ragione che s’interroga in base alle sue forze. Differenziandosi dalle filosofie neoplatoniche, in cui religione e filosofia erano inseparabilmente intrecciate, i Padri avevano presentato la fede cristiana come la vera filosofia, sottolineando anche che questa fede corrisponde alle esigenze della ragione in ricerca della verità; che la fede è il "sì" alla verità, rispetto alle religioni mitiche diventate semplice consuetudine. Ma poi, al momento della nascita dell’università, in Occidente non esistevano più quelle religioni, ma solo il cristianesimo, e così bisognava sottolineare in modo nuovo la responsabilità propria della ragione, che non viene assorbita dalla fede. Tommaso si trovò ad agire in un momento privilegiato: per la prima volta gli scritti filosofici di Aristotele erano accessibili nella loro integralità; erano presenti le filosofie ebraiche ed arabe, come specifiche appropriazioni e prosecuzioni della filosofia greca. Così il cristianesimo, in un nuovo dialogo con la ragione degli altri, che veniva incontrando, dovette lottare per la propria ragionevolezza. La Facoltà di filosofia che, come cosiddetta "Facoltà degli artisti", fino a quel momento era stata solo propedeutica alla teologia, divenne ora una Facoltà vera e propria, un partner autonomo della teologia e della fede in questa riflessa. Non possiamo qui soffermarci sull’avvincente confronto che ne derivò. Io direi che l’idea di san Tommaso circa il rapporto tra filosofia e teologia potrebbe essere espressa nella formula trovata dal Concilio di Calcedonia per la cristologia: filosofia e teologia devono rapportarsi tra loro "senza confusione e senza separazione". "Senza confusione" vuol dire che ognuna delle due deve conservare la propria identità. La filosofia deve rimanere veramente una ricerca della ragione nella propria libertà e nella propria responsabilità; deve vedere i suoi limiti e proprio così anche la sua grandezza e vastità. La teologia deve continuare ad attingere ad un tesoro di conoscenza che non ha inventato essa stessa, che sempre la supera e che, non essendo mai totalmente esauribile mediante la riflessione, proprio per questo avvia sempre di nuovo il pensiero. Insieme al "senza confusione" vige anche il "senza separazione": la filosofia non ricomincia ogni volta dal punto zero del soggetto pensante in modo isolato, ma sta nel grande dialogo della sapienza storica, che essa criticamente e insieme docilmente sempre di nuovo accoglie e sviluppa; ma non deve neppure chiudersi davanti a ciò che le religioni ed in particolare la fede cristiana hanno ricevuto e donato all’umanità come indicazione del cammino. Varie cose dette da teologi nel corso della storia o anche tradotte nella pratica dalle autorità ecclesiali, sono state dimostrate false dalla storia e oggi ci confondono. Ma allo stesso tempo è vero che la storia dei santi, la storia dell’umanesimo cresciuto sulla basa della fede cristiana dimostra la verità di questa fede nel suo nucleo essenziale, rendendola con ciò anche un’istanza per la ragione pubblica. Certo, molto di ciò che dicono la teologia e la fede può essere fatto proprio soltanto all’interno della fede e quindi non può presentarsi come esigenza per coloro ai quali questa fede rimane inaccessibile. È vero, però, al contempo che il messaggio della fede cristiana non è mai soltanto una "comprehensive religious doctrine" nel senso di Rawls, ma una forza purificatrice per la ragione stessa, che aiuta ad essere più se stessa. Il messaggio cristiano, in base alla sua origine, dovrebbe essere sempre un incoraggiamento verso la verità e così una forza contro la pressione del potere e degli interessi. Ebbene, finora ho solo parlato dell’università medievale, cercando tuttavia di lasciar trasparire la natura permanente dell’università e del suo compito. Nei tempi moderni si sono dischiuse nuove dimensioni del sapere, che nell’università sono valorizzate soprattutto in due grandi ambiti: innanzitutto nelle scienze naturali, che si sono sviluppate sulla base della connessione di sperimentazione e di presupposta razionalità della materia; in secondo luogo, nelle scienze storiche e umanistiche, in cui l’uomo, scrutando lo specchio della sua storia e chiarendo le dimensioni della sua natura, cerca di comprendere meglio se stesso. In questo sviluppo si è aperta all’umanità non solo una misura immensa di sapere e di potere; sono cresciuti anche la conoscenza e il riconoscimento dei diritti e della dignità dell’uomo, e di questo possiamo solo essere grati. Ma il cammino dell’uomo non può mai dirsi completato e il pericolo della caduta nella disumanità non è mai semplicemente scongiurato: come lo vediamo nel panorama della storia attuale! Il pericolo del mondo occidentale – per parlare solo di questo – è oggi che l’uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo. Detto dal punto di vista della struttura dell’università: esiste il pericolo che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo; che la teologia col suo messaggio rivolto alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un gruppo più o meno grande. Se però la ragione – sollecita della sua presunta purezza – diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola. Applicato alla nostra cultura europea ciò significa: se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al momento la convince e – preoccupata della sua laicità – si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma. Con ciò ritorno al punto di partenza. Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell’università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà. Al di là del suo ministero di Pastore nella Chiesa e in base alla natura intrinseca di questo ministero pastorale è suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro.

Benedetto XVI

CAPODANNO E' IL 25 MARZO

Ho sentito che il 3% degli italiani il 31 dicembre andrà a letto prima della mezzanotte, ovvero persone sopra i 75 anni, più io !!! mwahahahahahaha
Possibilmente in compagnia, si intende (ma non con una di 75 anni ghghghghgh).
Intanto a Roma invece si stanno indebitando pur di festeggiare il Capodanno... mah... festeggiare il niente...

Come ogni "fine dell'anno" (del VOSTRO anno e di Mortadella, questo che secondo lui doveva essere il famoso "anno della svolta"...), mando la mail sul vero Capodanno.
Leggo dal mio libro sulla francia:
Poichè non esiste nell'orbita terrestre nessun particolare punto che permetta di stabilire l'inizio e la fine di un anno, la scelta di una data precisa è in fondo arbitraria ed è mutata più e più volte con il passare del tempo. Anticamente l'inizio del nuovo anno veniva festeggiato in occasione dell'equinozio di primavera, che oggi corrisponde al 21 marzo, mentre per i Romani cadeva il 25 marzo. In sèguito mancò a lungo una data accettata da tutti: qualcuno faceva incominciare l'anno nuovo dal primo gennaio, qualcuno da Natale o da Pasqua. Naturalmente questo creava problemi, dato che la Pasqua non cade in un giorno fisso, ma può oscillare tra il 22 marzo e il 25 aprile, e la lunghezza dell'anno variava quindi di continuo. Soltanto nel 1564 l'allora tredicenne Carlo IX re di FRANCIA, il "re bambino", rese obbligatoria la data del primo gennaio come primo giorno dell'anno. Questa scelta venne via via accettata anche dagli altri Paesi cattolici mentre in quelli protestanti la resistenza fu più lunga perchè non si voleva acconsentire a una decisione presa da un sovrano straniero.
In GRAN BRETAGNA si continuò quindi a festeggiare l'inizio dell'anno il 25 MARZO fino al 1751, lo stesso anno in cui venne accettato il calendario gregoriano, ordinato da Papa Gregorio XIII nel 1582 per ristabilire la concordanza dell'anno con le stagioni.

Tra l'altro il 25 marzo è l'Annunciazione del Signore, cristianamente è questo il vero inizio dell'anno.
Non ho quasi mai festeggiato il Capodanno il 31 dicembre, l'ho fatto solo se tirato a forza da qualche amico, ma la maggior parte dei San Silvestro li ho passati a casa a dire: senti tutti quegli stronzi che stanno festeggiando i francesi, e non lo sanno... ehehehe
Da bravo inglese :) io festeggio il Capodanno il 25 marzo al pub inglese (l'unico pirla che festeggia nel locale e tutti si chiedono perchè ghghgh, avrà vinto al Superenalotto, boh, o gliel'avrà data la qualcuna, chi lo sa).
Ma tu guarda se devo festeggiare una roba che ha deciso un bambino francese... Allons enfants! Allonsanfanculo!


La provocazione: Così sono riuscito ad abolire il capodanno

Non so se sia il vecchio passaggio dell’anno che annuncia in modo ineluttabile il tempo che passa, ma da qualche anno cerco di evitarlo. Faccio lo stesso anche con il compleanno che aggiunge tempo al tempo e rende più breve la vita che resta.
Ho anche particolare antipatia per le festività obbligatorie, come molti credo, costretti a divertirsi per forza, letteralmente a orologeria.
Se è vero che nell’imminenza del passaggio comincia il conteggio dei secondi che vede tutti pronti al brindisi, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre, due, uno, zero con la complicità di programmi televisivi con festanti obbligati e obbligatori, è altrettanto vero che quello è il momento in cui si vorrebbe essere altrove, ma sembra impossibile, non consentito. Ci sono i richiami dei parenti, degli amici, il censimento degli anni che ha i suoi riti. Così ho elaborato una strategia di grande efficacia, che metto in atto ormai da qualche anno.
Non mi nego, non mi nascondo, non faccio lo snob, non sto chiuso in casa staccando il telefono, ma accetto tre o quattro inviti in luoghi diversi dalla città in cui sono.
Per raggiungere l’obiettivo convenuto possono essere necessarie un’ora, due ore, tre ore.
Così io decido la meta e mi metto in cammino in un orario così estremo che non mi consente di arrivare entro mezzanotte. Se sono a Roma, e devo andare a Positano, parto tre quarti d’ora prima, se sono a Ferrara e devo andare a Modena parto mezz’ora prima e se sono a Milano e devo andare a Bologna, parto un’ora prima. Così mi trovo a mezzanotte sull’autostrada, sotto un ponte, con l’autista che è rassegnato a essere senza casa e senza destino, e con l’amica (l’unica, indisponibile a tutto che rifiuta feste e mascherate) che condivide il mio malumore e la mia esaltazione per la condizione di privilegio di totale isolamento nel momento cruciale ma senza sottrarsi agli incontri con gli amici che, intanto, stanno brindando nella falsa euforia e nel divertimento prestabilito. Tutti a salutare, a farsi auguri con il sorriso e il bicchiere, a telefonare nell’arco di un quarto d’ora ad amici vicini e lontani.
E noi, nel vuoto assoluto, in un silenzio irreale, con la neve, talvolta, come accadeva più facilmente da bambini, sospesi nel tempo per un quarto d’ora senza nessuno.
Tutte le macchine ferme, l’autostrada deserta, la meta ancora lontana, nessun turbamento, nessun obbligo. Quando, dopo la sosta, nella contemplazione del vuoto, si riprende il viaggio, tutto è compiuto. Un anno è passato. Un altro, uguale, comincia. Poco prima dell’una si arriva a giochi fatti. I brindisi consumati, i baci attribuiti, la festa illanguidita e malinconica, i riti esauriti. Gli amici ci sono ancora, faticano a ricordare che ti hanno già salutato e, in ogni caso si rassegnano a vederti fuori tempo massimo, nello spazio dell’anno nuovo che è ormai cominciato.
Ho elaborato questa strategia dopo anni di feste tutte uguali e tutte inevitabili. Ricordo perfettamente quei momenti di distanza da tutto, di sospensione, guadagnati con l'inganno, anche con vigliaccheria, non accettando e non rinunciando, attraverso un trucco che, forse, la prima volta, mi riuscì per caso, per un ritardo non voluto.
Ma tale fu l’estasi di quel momento di distanza da tutto e da tutti che fatico a immaginare un altro Capodanno che non sia solo per me, incondiviso, senza scappare, senza rabbia o disgusto ma semplicemente con una assenza calcolata, con un difetto di puntualità, proprio nel momento in cui nessuno se lo vuole permettere.
Se non avete il coraggio di questa dilazione auguratevi che un piccolo incidente, una gomma bucata, vi costringa a mancare, e proverete la stessa, incontenibile gioia.
Vittorio Sgarbi www.ilgiornale.it

Il 2 gennaio Mortadella dirà poi:
"Il nostro Pil è più alto".

Questo è stato il Viagra di capodanno?
Vedete cosa succede a festeggiare il capodanno? Effetti collaterali del Viagra, si sparano stronzate (ma per Mortadella è capodanno tutto l'anno...)

Gli spagnoli si piegano ai capricci degli arabi

Il Barcellona cambia il proprio simbolo per non infastidire gli arabi.
Il simbolo della squadra spagnola contiene infatti una croce rossa in campo bianco, proprio come quella dell'Inghilterra, di Milano, del Milan e della seconda maglia dell'Inter.
E' la croce di San Giorgio, il catalano Sant Jordì, protettore degli innamorati.
Ma guarda te se uno deve cambiare i propri simboli, il proprio passato.
Essendo gli arabi indietro di secoli, credono ancora di essere ai tempi delle crociate e gli danno fastidio queste cose. Esauriti, ripigliatevi! Sveglia!!!
I turchi hanno addirittura presentato un esposto contro l'Inter, per un'inchiesta dell'Uefa.
Tiè arabi paranoici, beccatevi il simbolo dell'Inghilterra, del Milan e di Milano, caput mundi.


La vera prima squadra di Milano, fondata dagli inglesi.

Mike Bongiorno Presidente della Repubblica

Mike ha preso la laurea al nostro Iulm. E dopo le boiate natalizie su Silvio indagato a Napoli (con Topolino, Paperino e Titti), scritte dal giornalone culturale "La Repubblica", letto da professoroni e intelligentoni, come anche il Corriere della Sega (quello che continua a fare errori di italiano), giornaloni che portano avanti la cultura italiana (siamo in una botte di ferro...), adesso contestano la laurea a Mike, perchè "chiesta dalla destra"... Con sarcastica indignazione si chiedono come mai la destra lo voglia senatore a vita.
Il Premio Nobel a Dario Fo mi sembra molto più una boiata. In Italia una laurea la prende chiunque, persino l'interista Valentino Rossi e il pippatone Vasco Rossi, però Mike no eh, non gli va bene. Da quelle parti in politica si sono seduti ex-terroristi, attrici porno, ecc., Mike però no eh, non gli va bene. Loro come "pensatore" hanno Celentano...poveretti.
Il fatto è che per i sinistri la cultura non può essere di destra, dimenticandosi tutta una serie di personaggi, tipo Montanelli (accettato solo quando si è scontrato con Silvio) o la Fallaci (trattata come una nazista per le sue posizioni, pur arrivando dalla sinistra).
La laurea a Mike non fa una piega, essendo tra l'altro lo Iulm un'università di comunicazione. Dovrebbero farlo rettore ad honorem.
Mike Presidente della Repubblica, "ignorante" ma onesto, ovviamente berlusconiano.


Calendario Max 2008 DEM

Natale è "una scemenza"

Caro Direttore,
sono un Vostro lettore «da sempre» ed invio la presente per segnalarvi quello che a mio avviso, è un fatto molto grave avvenuto in questi giorni nella scuola elementare Villani di Firenze, ove mio figlio Alessandro di anni 9 frequenta la classe IV C.
La maestra di disegno ha nei giorni scorsi invitato gli alunni a fare un disegno che rappresentasse il Natale e mio figlio si stava quindi accingendo a rappresentare la «Natività di Cristo» quando è intervenuta detta maestra «vietando» al bambino di disegnare «Gesù bambino».
Mio figlio è rimasto molto amareggiato da questa vicenda, anche perché non è riuscito a comprendere la ragione di tale assurdo divieto ed ha riferito il proprio turbamento a noi genitori. Pensando l'incidente si fosse verificato per un equivoco, mia moglie si è quindi recata personalmente a parlare con la maestra di disegno ma questa, appresa la ragione del colloquio, si è «inalberata» affermando che sarebbe «una scemenza» (testuali parole) voler rappresentare la nascita di Gesù Cristo ed associarla al Natale (ma a cos'altro andrebbe associato il Natale? Al solstizio di inverno?), poiché in tal modo si rischierebbe di offendere il sentimento religioso di chi non è cristiano.
In ogni caso, a detta della maestra di disegno medesima, le insegnanti sarebbero obbligate ad impedire qualsivoglia rappresentazione religiosa, anche nei disegni e addirittura gli insegnanti di «Religione» non potrebbero parlare di Gesù Cristo agli alunni. Richiesta di indicare quale mai fosse la norma cui faceva riferimento, la maestra medesima ha girato le spalle e se ne è andata senza neppure salutare.
Il giorno dopo, anche l'insegnante di Italiano è intervenuta in classe sull'argomento, dicendo agli alunni che «le maestre sono stufe delle “scemenze” delle loro mamme».
Non ho parole per commentare l'accaduto. Non condivido che nelle nostre scuole il Natale non sia più rappresentato come quando ero bambino io (quarant'anni fa) con recite e canti dedicati alla nascita di Gesù, ma ritengo che costituisca un vero atto di violenza morale impedire ad un bambino di 9 anni di rappresentare in un disegno la Natività, specie in un disegno che la maestra stessa ha detto doveva essere dedicato al Natale e portato a casa dalle rispettive famiglie.
Walter Vecchi www.ilgiornale.it