volontari in Israele

La forza di Isahal

In 24 anni l'esercito di Tel Aviv è stato affiancato da centomila sostenitori disarmati. Vengono da tutto il mondo. E molti, come Anna, non sono ebrei. Una volontaria Sar-El fra i soldati d'Israele.

E' notte fonda e sono sola in bagno. Entra una soldatessa in ciabatte e asciugamano sulla spalla. «Fai la doccia?», chiede in inglese. «No» rispondo, continuando a guardarmi allo specchio. «Perché no?».Siamo nel deserto del Negev e viviamo e lavoriamo tutto il santo giorno nella polvere, ma ho fatto la doccia nel tardo pomeriggio. Mi giro a guardarla. è brunetta e piccolina e mi osserva da sotto in su con i grandi occhi marroni sgranati. «L'ho già fatta» dico, e dalla mia voce traspare un leggero stupore. «è perché ho paura di fare la doccia da sola», esclama lei per giustificarsi. «Se è per questo» dico con l'aria più naturale di questo mondo, «non preoccuparti, rimango qui ancora un po'. Devo lavare i denti, la faccia, mettere la crema...». Lei sporge un musetto da topolino intimidito: «Sai, i ragni, le blatte.». Dio, quanto è giovane, sto pensando io. Quanto è giovane, e mi fa male il cuore.Ha compiuto diciotto anni da pochi mesi, è sotto le armi, e come ogni ragazzina ha paura degli insetti e forse anche di questo stanzone che di notte sembra ancora più grande, con tutte le docce in fila e i lavandini e i gabinetti, separato dai dormitori da un andito silenzioso e buio. Dorme con due compagne in una camera di fronte alla mia. Ieri sera la porta era spalancata: tre letti con le coperte azzurre, manifesti alle pareti, uno stereo, una piccola libreria, peluche ovunque e poi la nota inverosimile di un M16 di traverso sul primo letto, al fianco di un orsacchiotto spelacchiato bianco e marrone.

Un'associazione particolare
Ecco, c'è chi si porta a casa il ricordo delle vacanze ai Caraibi. E chi, come la sottoscritta, la nostalgia di certe notti da volontaria in Israele, nella base militare di Tse Elim, a mezz'ora dalla città di Bersheva, in pieno deserto. Tse Elim è il nome di un arbusto a forma d'ombrello basso che cresce tra le palme e gli 'arava bohia', alberi simili ai salici piangenti ma adatti all'aridità del luogo. Alberi alti, frondosi e polverosi, faticosamente piantati dagli ebrei che non si arrendono mai e che continuano a prodigarsi per riscattare la terra d'Israele. Vivo a Roma da molti anni e all'inizio del 2002, alcuni mesi dopo l'attentato alle Torri gemelle, chiesi alla responsabile della Sar-El, presso la Comunità ebraica romana, di inserirmi nella lista degli italiani in partenza per l'estate successiva. La Sar-El (Sherut LeIsrael, Servizio per Israele), fondata nel 1982, è una associazione di volontari provenienti da tutto il mondo. Si calcola che in questi 24 anni circa centomila persone ne abbiano fatto parte, la maggioranza ripetutamente e spesso per periodi di tempo molto lunghi. I volontari collaborano alla difesa d'Israele lavorando nelle basi militari, condividendo con i soldati le fatiche della vita quotidiana per un periodo non inferiore alle due settimane.

Spensierati, nonostante tutto
Nel 2002 la risposta alla mia richiesta fu un no senza se e senza ma. Non sono ebrea, non mi conoscevano, non conoscevano nessuno che mi conoscesse e le ragioni di sicurezza prevalevano, allora, su ogni altra considerazione. Israele era sottoposto in quei mesi alla seconda Intifada, una serie di attentati terroristici di efferatezza inaudita. Il rifiuto della Sar-El romana non mi offese, iniziai però a cercare vecchi amici ebrei che conoscevo sin dal tempo dell'università perché testimoniassero a mio favore. L'iniziativa ottenne successo. Nell'estate del 2003 mi fu concesso di lavorare in una base militare israeliana insieme ad altri della Sar-El. I volontari provenivano dall'Europa, dal Canada, dagli Stati Uniti, dal Sudafrica, c'era persino, ricordo, una ragazzina siberiana. Per la maggioranza si trattava di ebrei, ma molti non lo erano, proprio come me. Sono tornata volontaria in Israele anche la scorsa estate, durante il conflitto con gli hezbollah libanesi. E ci sto tornando ora, in questo dicembre 2006, quando grazie al terrorismo filosiriano il Libano è di nuovo sull'orlo della guerra civile e da Gaza non cessano di piovere sulle città israeliane i missili qassam. Nelle basi militari israeliane ciò che colpisce il nuovo arrivato è il rapporto di amicizia tra i soldati dei due sessi. Sembrano tutti ragazzini, i più anziani hanno vent'anni. Maschi e femmine lavorano e si esercitano insieme, mangiano insieme e dormono in stanze attigue. Atteggiamenti di prepotenza o di bullismo renderebbero la situazione insostenibile e il 'nonnismo' è un fenomeno pressoché sconosciuto. Ho riflettuto spesso sul fatto che un esercito del genere può esistere e restare efficiente solo grazie alla grande cultura e civiltà della quale è permeata la società israeliana. Dove il rispetto della donna e la solidarietà e l'amicizia nel 'fare assieme' rimangono valori supremi.

Giocare a shesh besh
Tsahal si potrebbe definire un 'esercito del popolo' nel senso letterale del termine. Tutti i giovani, dopo i 18 anni, ne fanno parte, i maschi per tre anni, le femmine per due, gli adulti continuano a tornarvi, come riservisti, per un mese ogni anno fino ai 45/50 anni, ma molti, volontariamente, anche oltre i 65. La sera, nelle basi, è il momento più tranquillo. Finito il lavoro, dopo cena, alcuni soldati hanno l'autorizzazione per tornare a dormire a casa, gli altri si riuniscono in cortile e si divertono come tutti i ragazzi della loro età: chiacchierano, suonano la chitarra, giocano a shesh besh, una specie di dama mediorientale, o a basket, si mandano sms sul telefonino. Seduti qua e là, noi volontari ci raccontiamo della nostra vita, del perché siamo venuti in Israele e intanto osserviamo la loro giovinezza, felice e spensierata nonostante tutto.Nei nostri confronti i soldati mostrano rispetto misto a curiosità. Chi sono questi stranieri, molti neppure ebrei, che vivono per settimane nelle basi al solo scopo di sostenere Israele e che poi ripartono come se niente fosse?

«Perché ci aiutate?»
A volte lo chiedono anche apertamente: «Perché ci aiutate?». Quest'anno i volontari sono stati molto più numerosi, accorsi per aiutare Israele nella guerra contro Hezbollah. Sparpagliati tra i soldati delle retrovie, nella base di Tse Elim eravamo in ventitrè, tutti madre lingua inglese, tranne me, uno svizzero tedesco e una coppia di giornalisti di Goettingen. C'erano molti americani, un avvocato di Toronto accompagnato dalla moglie, un ricco imprenditore delle Hawaii. Il nostro compito era riparare le uniformi e le attrezzature belliche. Altri italiani erano stati inviati a Kfar Etzion, dove preparavano gli scatoloni di cibo per i combattenti al fronte.

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